Caratteristica basilare del sistema svizzero (federalista e plurilingue) è l’autonomia dei 26 cantoni che vale anche per l’organizzazione scolastica. Non per nulla ogni cantone ha creato un dipartimento che si occupa delle scuole obbligatorie (infanzia, elementari e medie/secondario I), del secondario II (scuole superiori di maturità) e, in collaborazione con la Confederazione, del settore professionale (sistema duale con pratica e teoria assieme) e, infine, del livello terziario (università varie). 
Per ciò che riguarda i settori professionale e terziario, il cantone funge da esecutore della legislazione nazionale, altrimenti negli altri ambiti scolastici vige l’autonomia di scelta. A dirigere le scuole è sempre un membro del Governo cantonale che è chiamato «direttore del dipartimento di pubblica educazione/istruzione», il quale, solitamente, ha anche competenze sulla cultura e sullo sport come nel nostro cantone con il DECS (Dipartimento educazione, cultura e sport).
Questa spiccata caratteristica non esclude affatto una certa coordinazione a livello nazionale e/o alcuni trattati intercantonali (concordati). L’organismo preposto al coordinamento è formato da tutti i direttori delle scuole dei 26 cantoni, detto anche Conferenza svizzera dei direttori cantonali della pubblica educazione (CDPE, in italiano) che cerca di stabilire delle direttive comuni quando l’organizzazione decentralizzata è d’ostacolo alla formazione del giovane o alla mobilità delle persone (es. l’inizio dell’anno scolastico).
Un grosso lavoro di questi ultimi anni da parte della CDPE è stato il concordato HarmoS per la scuola dell’obbligo che il popolo svizzero nel 2006 aveva accettato con l’86% dei sì. Tale accordo nazionale stabilisce delle regole comuni per i cantoni che, a dieci anni di distanza, dovrebbero essere operative, eccetto che nell’insegnamento delle lingue dove sussistono differenze anche notevoli da cantone a cantone.
Per le lingue, gli accordi stabiliscono di perseguire «una solida formazione di base nella lingua locale (padronanza orale e scritta) e delle competenze essenziali in una seconda lingua nazionale e almeno in un’altra lingua straniera» (art. 3, concordato HarmoS, 14 giugno 2007). Inoltre, l’articolo 4 precisa che «la prima lingua straniera è insegnata al più tardi a partire dal 5° anno di scuola e la seconda al più tardi a partire dal 7°anno (…) [ndr. inizio scolarità a 4 anni compiuti entro il 31 luglio]. Una delle due lingue straniere è una seconda lingua nazionale e il suo insegnamento comprende una dimensione culturale; l’altra è l’inglese. Le competenze previste per queste due lingue al termine della scuola obbligatoria sono equivalenti (…)». 
Stando a queste regole, i cantoni germanofoni devono introdurre l’insegnamento del francese e quelli romandi del tedesco all’età di 9 anni e poi dell’inglese a partire dagli 11 anni. Ma, c’è un grosso ma: alcuni cantoni hanno pensato di anticipare l’inglese penalizzando una lingua nazionale, di solito il francese, sull’onda della moda che vede l’inglese come lingua franca a livello internazionale. Insomma, certi cantoni hanno preferito il principio utilitarista («l’inglese serve sempre») alle direttive HarmoS che vogliono privilegiare invece la coesione attraverso l’apprendimento delle lingue nazionali intese anche come vettore di una cultura diversa da quella locale. Il problema non tocca tanto i cantoni romandi che hanno applicato subito la regola «prima il tedesco, poi l’inglese», quanto piuttosto alcuni cantoni svizzero tedeschi che hanno anticipato l’insegnamento dell’inglese abolendo il francese alle elementari, in barba al «prima i nostri» nel campo linguistico e al principio di coesione nazionale. L’esterofilia di quei cantoni ha scatenato la contrarietà degli insegnanti che vedono un sovraccarico di lavoro (troppe lingue) specialmente per gli allievi più deboli. Di peso è anche la contrarietà del Consiglio federale che ora vuole imporre per legge una seconda lingua svizzera alle scuole primarie in tutti i cantoni; però i membri del CDPE non sono del tutto d’accordo perché in questo modo si viola la sovranità cantonale nel campo scolastico. Insomma, il solito contrasto tra federalismo e direttive centrali di Berna.
Basterebbe pianificare l’introduzione dell’inglese dopo la seconda lingua nazionale come vuole HarmoS e le cose andrebbero a posto. E l’italiano? Non è forse anch’esso una lingua riconosciuta dalla costituzione svizzera? Il terzo incomodo non ha nessuna possibilità di essere preso in considerazione almeno alle elementari. Magari ha qualche speranza in più come libera scelta (terza lingua facoltativa) in concorrenza con un’altra lingua alle medie e alle scuole superiori. Di fatto, la lingua del sommo Dante è piuttosto negletta in Svizzera. Intanto nel nostro cantone s’imparano, scusate!, s’insegnano quattro lingue nella scuola dell’obbligo, tre nazionali e l’inglese: l’italiano dalla scuola dell’infanzia (che per alcuni bambini è già una lingua straniera), il francese dalla terza elementare, il tedesco dalla seconda media e l’inglese dalla terza media. Non è così negli altri cantoni: effetto del federalismo!