«Siamo tutti responsabili della cura del nostro pianeta» ha dichiarato papa Francesco nel film documentario di Wim Wenders del 2018. «Nessuno si salva da solo, siamo tutti nella stessa barca tra le tempeste della storia» ha poi ricordato nello storico discorso in piazza San Pietro durante la pandemia. Partiamo da queste parole.

Per Bergoglio siamo tutti responsabili, nessuno escluso, di quanto accade nel nostro tempo. Responsabili significa chiamati a prendere posizione e ad agire. Anche il sindacato OCST è chiamato, secondo il suo ruolo, a prendere posizione e ad agire. Lo ha fatto spesso, nei suoi cento anni di storia e ancora oggi continuiamo a riaffermare il diritto di scandalizzarci quando denunciamo gli speculatori nel mondo del lavoro.
Siamo chiamati a prendere posizione e agire anche di fronte al cieco sfruttamento delle risorse del pianeta terra. E questo per due ottimi motivi: il primo è che, e ormai sembrano tutti concordi su questo, l’uso irresponsabile delle risorse sta causando danni che rischiano di diventare irreparabili e colpire tutti, ma che già oggi hanno pesanti conseguenze sulle persone e sulle popolazioni più fragili.
Il secondo motivo è che l’OCST vuole che le lavoratrici e i lavoratori siano parte attiva nella configurazione della transizione ecologica e desidera che questo necessario processo di cambiamento porti con sé anche una trasformazione delle priorità della società e dell’economia: che il chiodo fisso dei datori di lavoro non sia più solo e soltanto quello di produrre utili, cosa che li autorizza a risparmiare anche quando ci vanno di mezzo le persone, la loro salute e la salute del pianeta, ma che la responsabilità sociale diventi un argomento prioritario.
Naturalmente le difficoltà che affrontiamo oggi non sono solo responsabilità di chi fa impresa, ma anche di ciascuno di noi che come consumatore spesso agisce, per risparmiare a tutti i costi, contro i propri interessi, specialmente di lungo termine. Come ricorda il prof. Zamagni infatti «Ognuno di noi è al tempo stesso lavoratore e cliente. In quanto lavoratori chiediamo di essere trattati decentemente, ma in quanto clienti abbiamo interesse a pagare sempre di meno».
Non siamo solo consumatori e consumatrici dunque, definiti da cosa e quanto consumiamo, con un livello di dignità pari a quello che spendiamo. Recuperiamo appieno tutti i ruoli che ci appartengono e sono essenziali per il funzionamento della società: siamo anche cittadine e cittadini, lavoratrici e lavoratori, siamo membri di una famiglia, volontari, sportivi, amici…
Il sindacato sa fare questa sintesi. È il «luogo ideale per la socializzazione», per usare un’espressione di Kate Raworth.
E visto che sono in vena di citazioni non posso non ricordare Giovanni Paolo II che nella Laborem Exercens richiamò il diritto dei lavoratori di associarsi nel sindacato, che ha come scopo «la difesa degli interessi vitali degli uomini del lavoro» ed è portatore dei valori di solidarietà e di difesa dei più deboli. «L’esperienza storica insegna che le organizzazioni di questo tipo sono un indispensabile elemento della vita sociale». «Il lavoro ha come sua caratteristica che, prima di tutto, esso unisce gli uomini, ed in ciò consiste la sua forza sociale: la forza di costruire una comunità» (Laborem Exercens, n. 20).
Il sindacato è un interlocutore sociale riconosciuto, è impegnato nella politica, ha valori ideali che condivide con altri. Ha, insomma, una responsabilità, che vuole impegnare anche nel processo di transizione verso la sostenibilità ecologica che investe pure il mondo del lavoro.
Per questo motivo, con una visione fortemente ancorata al bene comune, cioè al bene di tutti e di ciascuno, l’OCST ha voluto promuovere il ciclo di incontri «Le sfide del lavoro nella transizione ecologica» che si è concluso il primo maggio con un tavolo di relatori di valore (vedi articolo sotto).
Il percorso compiuto ha permesso di osservare che ciò che è necessario per una transizione ecologica che sia equa dal punto di vista sociale. È la trasformazione verso un’economia che abbandoni l’unico sterile obiettivo del profitto, verso una visione più ampia che comprenda i concetti di relazione e di cura.
Un’economia che non deve percepirsi come staccata dalla vita comunitaria, ma pienamente inserita e responsabile a tutti i livelli delle proprie iniziative, delle persone coinvolte e delle conseguenze del proprio operato.
In questo ambito tutti si devono sentire responsabili e chiamati all’azione.

Renato Ricciardi

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