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Parlare di libera circolazione in Ticino prescindendo dagli effetti che questa ha generato sul nostro mercato del lavoro è superficialità. Questi accordi a livello nazionale hanno creato un indiscusso benessere, ma una parte del paese è rimasta indietro, sta anzi retrocedendo.
Faccio riferimento ai rapporti che la Seco pubblica ogni anno sugli effetti della libera circolazione. Permettetemi una battuta banale: già il fatto che non siano tradotti in italiano e che siano presentati in tedesco, la dice lunga sulla considerazione che la Segreteria di Stato dell’economia ha per il nostro cantone. 
Mi sento di dire, senza grande tema di essere smentito, che questi documenti esprimono in primo luogo una posizione politica, più che essere il risultato di un’analisi oggettiva.
È quello che l’OCST sostiene da alcuni anni. Infatti i dati nel rapporto sulla situazione del mercato del lavoro ticinese sono ogni volta più desolanti e, nonostante questo, le conclusioni sono sempre e solo positive rispetto agli effetti che la libera circolazione delle persone avrebbe alle nostre latitudini. Sembra di sentire un disco incantato.
Abbiamo già detto e scritto di come nel nostro cantone la disoccupazione sia sopra la media, i salari sotto la media e il tasso di frontalieri, fortemente discriminati dal punto di vista salariale, importante a tal punto da incidere sui primi due elementi. E i dati, col passare del tempo, sono sempre più evidenti.
Dall’ultimo rapporto della Seco emerge che il salario mediano in Ticino negli anni è cresciuto meno rispetto alle altre regioni, ma non che – sono dati pubblicati quest’anno – nel 2018 i salari sono diminuiti. Si tratta di un dato che, per non usare mezzi termini, segnala un aumento della povertà.
Non è quanto sostiene il rapporto Seco, che calcola il «Tasso di salari bassi per regione» facendo riferimento al salario mediano regionale. Peccato che per il Ticino venga definito «basso» un salario sotto i 3’650 fr. (3’775 fr. lo scorso anno) mentre, per esempio, per la Svizzera romanda il riferimento sia 4’350 fr. Con questo sistema, all’abbassarsi del salario mediano, diminuisce anche il salario definito «basso». Ma il costo della vita in Ticino non è diverso da quello che le famiglie devono affrontare nel resto del paese.
Il punto è che queste analisi, condizionate in modo sostanziale da posizioni ideologiche, influenzano a loro volta la capacità della politica di prendere sul serio le sfide che il nostro mercato del lavoro deve affrontare. E lo dimostrano le decisioni prese nel corso degli anni e sempre al ribasso rispetto alla protezione delle lavoratrici e dei lavoratori, gli attacchi che subiscono periodicamente le misure di accompagnamento, come recentemente nell’ambito delle trattative per l’Accordo quadro con l’UE, e, non da ultimo, certe decisioni scellerate prese a livello nazionale che escludono il Ticino dall’obbligatorietà generale dei salari minimi in alcuni contratti.
L’immigrazione è fondamentale per il nostro paese, nel quale porta forze, intelligenze e competenze importanti per il funzionamento della nostra economia. Questo tuttavia non deve avvenire, come invece sta accadendo in Ticino diversamente che in altri cantoni, con una netta discriminazione di chi proviene dall’estero, che porta inesorabilmente verso il basso i salari e le condizioni di lavoro dei residenti. È per questo che è importante sostenere la contrattazione collettiva e l’equità di trattamento che sono rispettosi di chi proviene dall’estero, spostano il focus della selezione del personale dal costo alle competenze e, soprattutto, consentono ai lavoratori residenti di avere pari forza contrattuale sul mercato del lavoro.
Il problema demografico e la carenza di personale qualificato, non possono essere affrontati puntando solo sull’immigrazione. È necessario in primo luogo costruire un quadro complessivo favorevole alle famiglie e valorizzare le competenze e la formazione. Si rischia altrimenti un circolo vizioso: per ogni profilo qualificato che entra nel cantone, se ne perde uno che decide di abbandonarlo.  
Invece ci si dimentica di proporre azioni concrete, abbagliati dai risultati accomodanti dell’ennesimo rapporto sulla libera circolazione. Così le lavoratrici e i lavoratori del nostro cantone si ritrovano nelle mani un bel pugno di mosche che, anche cercando di valorizzare qualunque fonte di proteine, non è obiettivamente un gran che. Non si chieda loro di prendere decisioni politiche mature e di sostenere quanto consigliano i politici che in questi anni hanno dimostrato solo di essersi dimenticati di loro.
 
Renato Ricciardi
 
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