Confessioni di un liberista (quando gli conviene) democratico e per nulla di centro.
Che schifo di mondo: non è più nemmeno concesso di essere idealisti… Uno fa delle proposte, le fa con il cuore e nessuno crede nella sua buona fede.
Io sono idealista: credo in un mondo libero nel quale gli imprenditori possono fare ciò che conviene loro. Lungi da me il desiderio di regolare il mercato del lavoro. Cosa mi spinge a oppormi così strenuamente ad ogni piccolo accenno di regolamentazione? L’ideale di libertà imprenditoriale e la mia onestà intellettuale. La libertà imprenditoriale è sacra ed è superiore a qualsiasi altra libertà, specialmente a quella degli altri, anche dei lavoratori residenti. Non mi faccio remore a pagare ai dipendenti della mia azienda salari da fame: sono e devo essere libero di farlo. La mia onestà intellettuale mi obbliga ad essere coerente con questa idea fissa, anche se entra in conflitto con il resto dei pensieri nella mia testa.
Per esempio con il pensiero della frontiera. La frontiera la voglio chiusa e disprezzo queste orde di lavoratori che si ammassano lungo i confini. Le disprezzo, ma talvolta, al calar delle tenebre, mi reco sul confine ad osservare questa massa informe e scelgo una o due persone. Le faccio transitare dalla frontiera e le porto a lavorare nella mia impresa: sono smarriti e spaventati. Meglio, perché così riesco ad esercitare pienamente la mia libertà imprenditoriale. E c’è chi sostiene che in Ticino è diventato sempre più difficile fare impresa!
Io gioco il mio ruolo di Giano bifronte e lo gioco bene, specialmente quando, per caso, ci scappa uno slogan accattivante che suona di buone intenzioni. E la gente così viene ipnotizzata.
Non sono forse idealista? Voglio un mondo nel quale le frontiere si aprano solo se mi conviene; un mondo nel quale i lavoratori residenti pensino che io stia facendo i loro interessi; un mondo nel quale i lavoratori frontalieri si sentano insicuri.
 
R.R.