La votazione del 9 febbraio ha posto un problema che certamente non è di facile soluzione: dare una risposta alla domanda popolare di maggiore protezione del mercato del lavoro e, nel contempo, salvaguardare la vocazione di apertura della Svizzera e gli accordi internazionali già siglati.

La libera circolazione senza misure di accompagnamento adeguate ha segnato profondamente il mercato del lavoro specialmente in Ticino. La pressione sui salari è reale ed in continuo aumento e alla costante crescita dell’occupazione non corrisponde un’adeguata diminuzione della disoccupazione. All’incremento della manodopera frontaliera specialmente in settori di tradizionale sbocco dei lavoratori residenti, come il settore terziario, corrisponde un acutizzarsi degli abusi nei loro confronti e la diffusione di condizioni di lavoro inique e improponibili ai lavoratori residenti, che devono far fronte ad un costo della vita ben superiore.
In questo quadro la contrattazione collettiva, lo abbiamo detto e continueremo a dirlo, è il sistema più efficace di regolazione del mercato del lavoro perché consente di incidere sui livelli salariali e coinvolge e responsabilizza i protagonisti del mercato del lavoro: datori di lavoro e lavoratori.
La proposta di applicazione dell’iniziativa «Contro l’immigrazione di massa» riprende nell’impostazione l’interessante schema «bottom-up» proposto dal Ticino: intervenire solo se è inevitabile e in maniera mirata nei settori e nelle regioni nei quali realmente è necessario. Riprende inoltre il tema dei frontalieri che, specialmente per il nostro Cantone, sono la fetta più corposa di immigrazione. Il risultato è tuttavia troppo prudente e per nulla incisivo.
In primo luogo le misure proposte, che pur devono essere declinate in modo più concreto, non sembrano particolarmente efficaci, tanto più che non incidono per nulla sui salari. È in primo luogo arginando il dumping salariale, infatti, che si garantisce la priorità ai lavoratori residenti.
In questo andirivieni di proposte e controproposte per porre un cerotto ad un’iniziativa nata su un errore di fondo e nutritasi di insicurezza, emerge la posizione totalmente irragionevole, alla quale si accoda anche l’iniziativa «Prima i nostri», di chi crede che lo squilibrio del mercato del lavoro sia da imputare ai lavoratori stranieri che, come cavallette, accettano paghe da fame e non piuttosto agli imprenditori che le propongono.
La politica deve fare una profonda riflessione su che cosa sia davvero la libertà economica: è più libera un’economia senza regole, ma ben barricata nei suoi confini, o un’economia che accetta il confronto con i lavoratori e con la società, ma ha l’orizzonte totalmente aperto? È una questione di fondo alla quale è necessario dare una risposta.
A questo dilemma il sindacato OCST prova a dare una risposta. Il confronto con la realtà esterna porta certo in primo piano problemi e questioni alle quali è necessario dare una risposta: la reazione però non può essere quella di chiudersi a riccio nella speranza che i problemi restino fuori e che dal confine entri solo la ricchezza.
Le difficoltà che emergono pongono delle questioni che devono e possono essere governate in un confronto tra le parti sociali. Da qui nasce il sostegno al Controprogetto all’iniziativa «Basta con il dumping salariale», che propone una soluzione adeguata alla reale esigenza di aumentare le forze in campo contro il degrado del mercato del lavoro.

Renato Ricciardi, Segretario cantonale OCST