Martedì 25 novembre, al Telegiornale serale delle 20.00, la RSI ha trasmesso un interessante servizio riguardante i giovani ticinesi che una volta terminati gli studi oltre Gottardo non rientrano più in Ticino.
Stando alla RSI, nell’anno 2013/2014 erano poco più di 4’000 gli studenti ticinesi impegnati in atenei fuori dal Ticino (fonte: Ufficio federale di statistica, UST).

La Romandia resta la meta privilegiata per i ticinesi: 2’244 erano infatti iscritti in università francofone. Più nello specifico avevamo 908 iscritti a Losanna, 869 a Friborgo, 298 a Ginevra e infine 174 a Neuchâtel. In Svizzera tedesca vi erano invece 1’918 studenti ticinesi, suddivisi tra i diversi atenei.
A far riflettere non è tanto la presenza di studenti ticinesi in questi atenei, di fatti fino alla creazione dell’Università della Svizzera Italiana andare oltre Gottardo per proseguire gli studi era in pratica un obbligo. Il dato che più fa riflettere è la tendenza a rimanervi al termine di essi per lavorare. Sempre secondo il servizio andato in onda, che cita come fonte l’UST, negli ultimi 15 anni, 2’600 ticinesi sono rimasti nel resto della Svizzera una volta terminato il percorso formativo. Un paese ticinese di piccole-medie dimensioni sarebbe, in poco meno di 15 anni, diventato un paese fantasma, disabitato
Negli anni 80 la tendenza era quella di rientrare in Ticino una volta ottenuto il diploma. Pochi restavano fuori cantone. Attualmente invece, la tendenza si è invertita, e questo a partire circa dal 2000. Molti preferiscono lavorare in Romandia o Svizzera tedesca e magari rientrare in Ticino più tardi o addirittura non tornare più. Questa tendenza dovrebbe far riflettere il nostro cantone per quanto concerne la perdita di persone qualificate e le loro competenze, che andranno di conseguenza ad altri cantoni.
Per meglio capire quali possono essere i motivi che spingono un ticinese a non tornare nel proprio cantone, vi proponiamo un’intervista a Gabriele Crivelli, classe 1986, che dopo aver terminato un Master in Gestione d’impresa a Friborgo ha deciso di non tornare, trovando lavoro a Berna. Attualmente ricopre la carica di portavoce per la Svizzera Italiana e redattore web presso l’USTRA.

Come mai hai scelto la Romandia per proseguire gli studi?
La scelta di allontanarmi dal Ticino per proseguire gli studi è semplice da spiegare: volevo una nuova esperienza di vita via da casa, essere autonomo e ovviamente imparare meglio una nuova lingua. Logicamente, per me, studiare in tedesco presentava delle incognite maggiori a livello di riuscita, indi per cui sono finito a Friborgo. So che vi era la possibilità di studiare a Lugano, ma la mia voglia di vivere una nuova esperienza ha prevalso.
In un primo tempo ho conseguito un bachelor in Economia politica, per poi proseguire con un Master in gestione d’impresa sempre nella medesima università, terminato nel 2011.

Quando hai terminato gli studi quali erano i tuoi obiettivi? Avevi già l’idea di restare oltre Gottardo?
Diciamo che mentre stavo per terminare l’università non avevo ben in chiaro cosa fare. In testa avevo l’idea di fare un’esperienza lavorativa fuori dal Ticino, per poi eventualmente tornarci più tardi. Sapevo che lavorare un po’ di tempo in Svizzera tedesca era un ottimo modo per «fare curriculum» e dunque eventualmente trovare un lavoro in Ticino più avanti. Avendo perso un po’ di nozioni della lingua di Goethe ho scelto di partire per un corso di perfezionamento linguistico di 3 mesi a Berlino, in Germania. Questo anche per avere maggiori sbocchi sul mercato del lavoro. Proprio mentre ero a Berlino ho visto un posto di stagista libero presso l’Ufficio federale del consumo (UFDC) e mi sono candidato. Fortuna vuole, che il responsabile si trovava a Berlino in quei giorni e da lì è partito il tutto. Lo stage è durato un anno: ho potuto perfezionare ulteriormente la lingua e farmi le ossa in ambito lavorativo.

Come sei giunto all’attuale posto di lavoro?
Verso la fine dello stage ho visto questo posto di lavoro in cui si cercava un italofono con buone nozioni di tedesco. Mi sono candidato ed è andata bene. Ovviamente il fatto di aver già lavorato nell’Amministrazione federale ha aiutato. E mi ritengo fortunato. La Confederazione è un ottimo datore di lavoro: offre dei corsi di formazione che sono davvero utili per arricchire il proprio bagaglio di competenze lavorative e sociali. E poi è un lavoro «bilingue»: con i colleghi devo parlare tedesco mentre il lavoro vero e proprio lo svolgo in italiano. Cosa chiedere di più?

Come mai la scelta di restare lontano dal Ticino una volta terminato lo stage?
Senza entrare troppo nei dettagli ritengo che la Svizzera tedesca e probabilmente anche la Romandia, con i loro mercati più ampi, offrano maggiori opportunità. Il tutto è inserito in un contesto lavorativo più stimolante. Verso fine stage, inoltre, ero ormai già ben ambientato a Berna. Infine la qualità della vita: abitare in una città ha sicuramente degli svantaggi ma penso che siano maggiori i vantaggi.

Quali le difficoltà per un ticinese?
Sicuramente la lingua all’inizio è un grosso ostacolo, specialmente al giorno d’oggi dove la comunicazione ha un ruolo sempre più importante. La cultura è un po’ diversa rispetto a quella ticinese, ma avendo già passato 5 anni a Friborgo non ci ho messo molto a «integrarmi» nella loro mentalità.
Classica domanda finale: pensi di tornare in Ticino un giorno?
Vedremo! Al futuro per ora non ho pensato. Sto bene a Berna, ma nella vita, per restare sul classico, «mai dire mai». Ammetto che a volte la distanza dalla famiglia e dagli amici si fa sentire. E anche il Ticino, difetti compresi, manca. Penso sia normale, son pur sempre cresciuto lì. Mi piace pensare che non sarò io a prendere questa decisione a priori, ma che saranno le circostanze che la vita mi presenterà a farmi scegliere l’una o l’altra opzione.

Giorgio Donini

 

Il commento

Quasi sicuramente a influenzare questo trend del «non ritorno» vi è il fatto che il Ticino da ormai parecchi anni sta vivendo un momento difficile a livello lavorativo e le possibilità di trovare un impiego si riducono sempre più. Ricordiamo come per i giovani alle prime esperienze il tempo passato senza lavoro tra il termine della formazione e il primo impiego si stia sempre più allungando. L’OCST aveva affrontato questo problema durante il tradizionale ritrovo del primo maggio del 2013. Sempre più studenti optano quindi per restare fuori cantone sperando, e molto spesso trovando, condizioni lavorative migliori.
Un dato eloquente che risalta le difficoltà del nostro cantone è il tasso di disoccupazione, tra i più alti in Svizzera. Non dimentichiamo inoltre il netto aumento delle persone in assistenza, più di 8’000 attualmente.
Non da ultimo, nel resto della Svizzera, il mercato è più ampio: essendoci maggiori possibilità offre a dei giovani, anche con poca o nessuna esperienza, più sbocchi. Senza omettere che il settore terziario ticinese, settore nel quale si indirizza la maggior parte degli studenti ticinesi e fino a poco fa considerato il settore di riferimento per i «nostrani», negli ultimi anni è particolarmente sotto pressione: basti pensare anche solo all’ultimo caso di licenziamenti collettivi (BSI).
Infine pure gli stipendi giocano un ruolo importante, è innegabile. In Ticino si parla spesso di dumping salariale, in tutti i settori in cui non vige nessun minimo salariale.

G.Donini