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Come riferito nello scorso numero nelle pagine dedicate al Congresso del 18 giugno, Meinrado Robbiani, figura storica del nostro movimento sindacale, ha terminato il suo incarico quale Segretario cantonale dopo quasi 30 anni. Pubblichiamo questa intervista anche come tributo per il lavoro svolto.

Giunto nel 75 all’OCST e Segretario cantonale dall’87 ha visto da vicino i profondi mutamenti, sovente in negativo, del nostro Cantone, ovviamente legati a quelli più globali. Soltanto colpa dell’esterno o ci abbiamo messo del nostro?
I condizionamenti esterni sono esplosi a dismisura. Basti pensare all’impatto esercitato dalla globalizzazione dell’economia, che ha sgretolato gli stessi confini nazionali. Una realtà minuta e periferica come la nostra ne è toccata in misura ancora più acuta. Nessun condizionamento è tuttavia tanto assoluto da annullare totalmente gli spazi decisionali degli operatori e delle forze locali. Le distorsioni che registriamo oggi sono in buona parte il frutto avvelenato di orientamenti e di scelte che rientrano nella loro sfera decisionale.


È certamente cambiato anche il modo di fare impresa. Ormai il personale spesso non è più considerato come una risorsa da valorizzare. Un cambiamento necessario per stare al passo con la sfrenata ricerca del profitto o, come detto da lei nel gennaio 2015 in occasione della seconda crisi valutaria, uno spartiacque tra veri imprenditori e «cialtroni»?
Il mondo padronale annovera imprenditori seri e corretti ma anche trafficanti rivoltanti che imbrattano la categoria e deturpano il mercato del lavoro. Attirerei però anche l’attenzione su una contrapposizione di carattere più generale che insidia tutti. È riscontrabile un netto divario tra la teoria imprenditoriale, che esalta il lavoro quale fattore strategico e risorsa decisiva, e la pratica delle imprese, che tende al contrario a ridurre il lavoro prevalentemente a fattore di costo. Lo si risucchia così in una organizzazione del lavoro improntata alla flessibilità che si tramuta in fonte di precarietà per il lavoratore.


Il Ticino ha «svenduto» il proprio territorio e a volte le conquiste sociali per attirare imprese che spesso, oltre a un introito finanziario (in alcuni casi misero), non portano nessun valore aggiunto al Cantone. Una politica che aveva unicamente un obiettivo finanziario tralasciando il resto. Una politica pagante? Non si poteva strutturarla meglio per non dover poi correre ai ripari quando ormai i «giochi erano fatti»?
Il Ticino ha conosciuto due ondate di insediamenti che si rivelano carichi di fragilità e persino di distorsioni. Per la sua posizione vicino alla frontiera ed in particolare al bacino occupazionale del nord Italia, ha attirato in passato numerose imprese, segnatamente nel settore industriale, che basano l’attività su un impiego intensivo del fattore lavoro, con livelli salariali modesti ed anche bassi. Sul lungo termine queste imprese tendono a incontrare notevoli difficoltà poiché strutturalmente deboli ed esposte alla concorrenza dei prodotti provenienti dai Paesi a bassi salari. La seconda ondata, più recente, è avvenuta con la libera circolazione ed ha interessato soprattutto il settore terziario. Ha prodotto una miriade di piccole enclavi lombarde che si muovono con criteri e parametri attinti alla realtà d’oltre confine. In entrambi i casi l’impatto occupazionale sul territorio è relativamente contenuto e, sul versante retributivo, è fonte di pressioni acute. Si tratta perciò di incentivare un rapido ricupero qualitativo (capacità innovativa) nella prima cerchia di imprese e di imporre i parametri del nostro Cantone nella seconda. Occorre cioè riconvertire in profondità il nostro tessuto economico.


In pochi anni, a volte addirittura in qualche giorno, sono state messe a rischio conquiste sociali acquisite faticosamente nel passato. È impossibile «fare impresa responsabilmente» oggi o è semplicemente un modo per «farla facile» e sintomo, come detto in precedenza, di lacune imprenditoriali?
Fare impresa in modo responsabile deve essere la direzione di marcia di ogni imprenditore lungimirante. Così facendo l’imprenditore garantisce infatti le migliori condizioni per uno sviluppo duraturo della sua stessa azienda. Motiva e mobilita il personale. Rafforza l’innesto dell’azienda nel territorio, traendone appoggio e condivisione di obiettivi. Crea una relazione fruttuosa con le istituzioni. Considerazioni di natura sociale e obiettivi economici non sono cioè in contraddizione ma si intrecciano e avvantaggiano vicendevolmente.


In una recente intervista al Corriere del Ticino ha definito la vicenda Monteforno come la sua più grande delusione. Quale invece il più grande, se così si può dire, successo sindacale?
I risultati positivi sono fortunatamente numerosi. Dovendone additare uno finisco per dare la preferenza all’impatto avuto da una nostra iniziativa parlamentare, che ha preso corpo in occasione del Congresso del 1987 nel quale sono stato eletto Segretario cantonale, dove si è chiesto di collegare l’ordinamento sugli assegni familiari al reddito delle famiglie così da contribuire a combatterne i disagi e la povertà. Questa iniziativa è sfociata nell’adozione degli assegni di prima infanzia e degli assegni integrativi che pongono la politica familiare del Ticino all’avanguardia in ambito nazionale.


Nel suo commiato al Congresso ha definito l’OCST come sindacato di denuncia e di contrattazione e che utilizza lo scontro come ultimo mezzo. Da questo punto di vista, secondo la sua esperienza personale, è più difficile «dialogare» oggi?
Le pressioni di un mercato più turbolento e competitivo tendono inevitabilmente a ostacolare il dialogo. Un fattore aggiuntivo di difficoltà è dato dalla odierna prevalenza del settore terziario, che non possiede una consolidata tradizione di dialogo e di collaborazione tra le parti sociali. Va però anche segnalato che le associazioni padronali centrali manifestano una intramontata volontà di collaborazione con il sindacato. È una posizione incoraggiante che, di fronte alle resistenze e contrarietà odierne, si tratta di fare calare più diffusamente ai livelli padronali inferiori e nelle singole imprese.


Spesso non ha risparmiato critiche (anche dure) al padronato e alla classe politica. Eppure è sempre stato rispettato da tutti. Qual è il segreto?
Nasce a mio avviso dal sapere rispettare l’interlocutore annodando un confronto magari serrato ma aperto a considerare i suoi argomenti. È anche importante cercare di essere lineari e coerenti nel tempo.


Assieme a Fausto Leidi, siete considerate le figure storiche dell’ultimo trentennio dell’OCST. Che emozioni ha provato all’ultimo Congresso? È soddisfatto del lavoro svolto?
L’emozione è comprensibilmente stata intensa. Essendo l’ultimo Congresso mi ha irretito in una fitta ragnatela di ricordi e di sentimenti. Benché sovrastato dalla vicinanza e simpatia espresse dai delegati e dalle delegate presenti, non è nemmeno mancato il rammarico per quanto non sono riuscito o sono riuscito solo parzialmente a condurre in porto. Nel guardare indietro prevale tuttavia un sentimento di serenità per quanto, grazie alla collaborazione dei colleghi e al sostegno degli iscritti, mi è stato possibile fare - pur con limiti e non senza errori - in favore di un mondo del lavoro che ne riconosca maggiormente la dignità.


Ha avuto occasione, seppur solo per pochi anni, di lavorare al fianco di Mons. Luigi Del-Pietro. Cosa ricorda di quel breve periodo?
A lui sono grato di avermi accolto nell’OCST. Era una persona che irradiava una innata autorevolezza, incutendo del resto un po’ di timore in chi come me, giovane e senza esperienza, intravvedeva in lui una figura prestigiosa e di grande carisma, che aveva contribuito in maniera decisiva a costruire il profilo del Ticino.


In questi tanti anni passati all’OCST ha incontrato molte persone. C’è qualcuno che l’ha colpita particolarmente?
Sono numerose le persone di valore che ricordo con piacere. Difficile fare gerarchie. Non poche le ricordo anche con nostalgia poiché – è l’inevitabile pedaggio di quarant’anni di attività nel sindacato - sono ormai scomparse; lasciano tuttavia in me una traccia viva e carica di sentimenti di riconoscenza.

G. Donini