La dimensione assunta dal lavoro distaccato (ditte e lavoratori autonomi con sede oltre frontiera che vengono a fornire prestazioni lavorative nel nostro Paese) è tale

 da avere innescato nelle ultime settimane rinnovate e allarmate espressioni di preoccupazione.

Oltre ad una significativa compressione dei loro spazi di attività, le ditte locali si sentono sottoposte ad una concorrenza, della quale è difficile garantire la correttezza.
Spiccano, tra le prese di posizione, la lettera dell’Unione delle Associazioni dell’Edilizia (UAE) al Consiglio di Stato e, in ambito politico, alcuni atti parlamentari presentati in Gran Consiglio.


Una ascesa costante
Complici, da un lato, l’andamento favorevole dell’edilizia allargata che ne è il terreno privilegiato e, dall’altro, le difficoltà economiche nelle quali si dibatte l’Italia con il conseguente interesse ad operare in Ticino, si è assistito in questi ultimi anni ad un inarrestabile incremento del lavoro distaccato.
Circoscrivendo lo sguardo all’ultimo quinquennio, le sole notifiche riguardanti lavoratori distaccati dipendenti sono passate da 5.244 unità nel 2008 a 9.116 unità nel 2012, con un incremento di oltre il 70%. Vi si aggiungono poi le notifiche riguardanti lavoratori indipendenti che, con un aumento di oltre il 90%, sono passate da 1.942 unità nel 2008 a 3.714 unità nel 2012. Complessivamente le notifiche per lavoro distaccato (dipendente e indipendente) sono oggi vicine a 13.000 unità annue, ponendosi su un livello quasi doppio rispetto a cinque anni orsono.
Le prestazioni fornite nell’ambito del lavoro distaccato si aggirano attorno a 400.000 giornate di lavoro, ciò che equivale a circa 1700/1800 lavoratori a tempo pieno (anno 2012). E’ inoltre fonte di viva preoccupazione la verifica di un trend in ulteriore massiccia crescita proiettata per fine del corrente anno sulla base dei primi quattro mesi del 2013.


Un settore particolarmente sotto pressione
L’impatto del lavoro distaccato si concentra in particolare sull’edilizia e sui rami affini (più del 60% del lavoro distaccato interessa quest’area). Il numero maggiore di notifiche si rileva nei rami seguenti: metalcostruzioni, falegnamerie, tecnica della costruzione, posa pavimenti e posa piastrelle, edilizia e genio civile, pittori, giardinieri, vetrerie.
Le prestazioni fornite dai distaccati in questo settore equivalgono oggi a circa 1200 persone a tempo pieno. La cifra d’affari è stimata attorno a 250 milioni di franchi (stima UAE).


Un fenomeno non solo congiunturale
Considerandone l’evoluzione nel corso degli anni e la portata odierna, il lavoro distaccato può difficilmente essere catalogato come fenomeno puramente congiunturale, le cui sorti dipendono cioè interamente dal favorevole andamento dell’edilizia. Pur comprensibilmente collegato e influenzato dall’andamento del settore, il lavoro distaccato appare ormai radicato nel tessuto produttivo, tanto da lasciare prospettare una sua persistenza anche nel caso di inversione congiunturale. Anche qualora si produca una svolta congiunturale, è cioè intravvedibile una sua almeno parziale continuità e durevolezza, con ricadute che il calo generale dell’attività renderebbe ancora più taglienti. Per confrontarsi e affrontare in modo concludente il fenomeno del lavoro distaccato è perciò indispensabile sondarne in profondità la natura e le caratteristiche, identificando in particolare la sua componente strutturale. 


Delineare una direzione di marcia
Da questo profilo, le prese di posizione formulate nelle ultime settimane da più fonti non poggiano a sufficienza su un’analisi approfondita del lavoro distaccato, come appare invece necessario se si intende dare maggiore vigore ed efficacia alle proposte volte a meglio governare questo fenomeno. Nella misura in cui si dovesse ad esempio comprovare il carattere tendenzialmente strutturale di una parte del lavoro distaccato, la politica verso questa realtà ne dovrebbe tenere conto, pena la perdita di incisività in caso contrario. Pur senza rinviare l’adozione di misure volte a contenere i contraccolpi generati dall’ondata eccessiva di lavoro distaccato, va in ogni caso svolta un’indagine rigorosa sul fenomeno, che si presenta peraltro composito.


Uscire dall’ambiguità
Per riuscire a cogliere più compiutamente il profilo del lavoro distaccato e a tratteggiare una politica che tenda a meglio incanalarlo è pure indispensabile che si sappia uscire dall’ambiguità che ne intorpidisce oggi le acque. Le comprensibili lamentele delle categorie si intrecciano infatti con una contradditoria condotta delle ditte stesse e di numerosi operatori del settore. Una fetta tutt’altro che insignificante di lavoro distaccato è riconducibile a mandati assegnati da imprese e da operatori locali. Il comportamento strabico di operatori locali (committenti privati, imprese generali, architetti e progettisti), che solo nell’apparenza lanciano strali contro la manodopera transfrontaliera mentre nella realtà ne favoriscono l’ingresso abusando del bisogno altrui, sconfina nella totale ipocrisia. Per dare forma ad una politica chiara e coerente verso il lavoro distaccato occorre perciò che le categorie interessate siano maggiormente trasparenti, riconoscendo se, in quale misura e per quali motivi necessitino di collaborazioni transfrontaliere. Qualora sia il caso, una parte di lavoro distaccato acquisirebbe legittimazione e la politica di governo del lavoro distaccato potrebbe concentrarsi sulla quota maggiormente controproducente, guadagnando in efficacia.


Una linea di complementarietà
Non  si può escludere che una parte del lavoro distaccato sia compatibile con gli interessi delle rispettive categorie, collocandosi in tal modo su una linea di complementarietà rispetto all’attività delle ditte locali. Il lavoro distaccato consentirebbe a queste ultime di rispondere a sollecitazioni straordinarie del mercato oppure di accedere a competenze o tipologie di lavoro non facilmente disponibili in loco. In questi casi il lavoro distaccato potrebbe essere fonte di collaborazioni e sinergie interessanti con ditte estere.
Contrasta al contrario con questa logica di complementarietà la tendenza, oggi purtroppo diffusa, a fare capo a lavoro distaccato per scaricare all’esterno i rischi aziendali e soprattutto per riuscire a rientrare nei margini di offerte visibilmente sottocosto. Questa tendenza è d’altronde in netto contrasto, riducendone la credibilità, con gli sforzi che le categorie professionali mettono in atto nell’intento di imporre alle ditte estere il rispetto delle norme locali, in particolare i salari fissati dai contratti collettivi di lavoro. Nella misura in cui il lavoro distaccato è utilizzato al fine di contenere i costi si favorisce inevitabilmente il raggiro degli standard locali. L’efficacia dell’intervento nel campo del lavoro distaccato e transfrontaliere è perciò indissociabile dalla capacità delle categorie professionali di fare chiarezza in casa propria.


Controlli e controllabilità
Le due linee di impegno evidenziate (approfondimento della natura del lavoro distaccato e superamento dell’ambiguità oggi rilevabile) devono andare di pari passo con un controllo del lavoro distaccato che sia in sintonia con il suo costante incremento. Il primo presupposto per potere svolgere un controllo rigoroso è la conoscenza dell’entrata di ditte estere. Occorre perciò che perlomeno nei rami ad elevato afflusso di lavoro distaccato sia obbligatorio segnalare la notifica per qualsiasi prestazione. Le disposizioni odierne esentano alcune categorie dall’obbligo di notifica se la prestazione lavorativa è inferiore a otto giorni. Questa esenzione, in una regione come il Ticino notevolmente esposta al lavoro distaccato, deve essere annullata.
Le recenti disposizioni riguardanti la lotta contro i falsi indipendenti e la responsabilità solidale nei subappalti richiedono peraltro un incremento di controlli non solo dal profilo numerico ma anche  qualitativo.
Ancor più decisiva dei controlli è tuttavia la verificabilità dei dati controllati. Rimane a tutt’oggi impossibile avere la prova che quanto dichiarato dalle aziende che svolgono attività distaccata corrisponda al vero. È in particolare arduo verificare il rispetto dei salari fissati dai contratti collettivi del nostro Paese. È perciò indispensabile mettere in atto alcuni accorgimenti che consentano di perlomeno attenuare le possibilità di aggirare le norme alle quali è sottoposto il lavoro distaccato. Potrebbe contribuirvi la segnalazione alle istituzioni italiane (Agenzia delle entrate, INPS) delle retribuzioni dichiarate per il periodo di attività nel nostro Paese.


Il nodo della reciprocità
Rimane tuttora aperto l’insoluto nodo della reciprocità. La facilità di accesso al mercato del nostro Paese non trova nessun riscontro in senso inverso. Le ditte ticinesi che intendano operare oltre confine incappano in un sistema nettamente più pesante dal profilo burocratico. I ripetuti interventi volti ad attenuare questo squilibrio hanno prodotto risultati irrilevanti. Auspichiamo che, la neo-costituita Commissione speciale per i rapporti tra la Svizzera e la Lombardia, con sede negli uffici della Regione a Milano, possa dare un concreto contributo.
È indispensabile che venga negoziata una effettiva parità procedurale nell’accesso al mercato sui due lati della frontiera.
In tale attesa, la procedura svizzera dovrebbe essere adeguata a quella del Paese di provenienza del lavoro distaccato.

 


Qualità e competenze
L’accesso più agevole delle ditte estere ha aperto anche il mercato delle attività edili e di quelle affini ad una ampia concorrenza esterna. Se il confronto sulle tariffe tende ad essere sfavorevole, occorre che le prestazioni delle aziende locali rimangano attrattive grazie a fattori qualitativi altrettanto rilevanti: qualità di esecuzione dei lavori, termini di intervento, razionalità organizzativa, affidabilità dell’impresa devono potere costituire un fattore di vantaggio. Occorre cioè curare con maggiore attenzione questi aspetti qualitativi che l’abbondanza di lavoro degli ultimi anni ha concorso a corrodere.
Un terreno sul quale operare è quello della formazione del personale come pure del controllo della qualità, sul quale né le singole aziende né le associazioni di categoria investono adeguatamente.

Le disparità di trattamento da evitare
La proposta volta a sopprimere l’esonero dell’IVA per importi inferiori a fr. 10'000.-- per le ditte estere è avvertita, a ragion veduta, dalle ditte locali che addizionano l’IVA dal primo centesimo, come un’ingiustificata disparità di trattamento. Il Consiglio Federale, rispondendo ad una interpellanza sullo stesso argomento dell’onorevole Ignazio Cassis del 16 giugno 2011 (11.3621), ne aveva respinto la fattibilità sulla base di una pretesa neutralità della concorrenza e di principi legati alla redditività di riscossione. Nella risposta del  lodevole Consiglio Federale del 31 agosto 2011 si è voluto sottolineare che “… nella nuova LIVA il legislatore ha cercato di eliminare il più possibile il vantaggio concorrenziale per le imprese con sede all’estero. Eliminarlo completamente non è possibile …”.  Il tema, in quanto fonte di una concorrenza non ad armi pari tra ditte estere e ditte locali, merita pertanto di essere ripreso da un’altra angolatura.

Una organizzazione collettiva
L’UAE ha più volte svolto il ruolo di cassa di risonanza del malcontento delle singole categorie professionali, giungendo ora ad interpellare il Consiglio di Stato e a minacciare ritorsioni qualora non vengano accolte le sue proposte. Questa istituzione, se intende incidere sul lavoro distaccato, dovrebbe anche mirare a porsi quale ambito di analisi di questo fenomeno, di identificazione di possibili argini e soprattutto di elaborazione di una strategia per la tutela e lo sviluppo del settore. Occorre cioè una risposta che mobiliti il settore in termini attivi e coerenti, non limitandosi ad invocare il pur indispensabile intervento dell’autorità pubblica. Appare pertanto inutilmente provocatoria la minaccia delle ditte associate all’UAE di non assumere e formare nuovi apprendisti.


 
Alcune proposte
In riferimento alle valutazioni qui espresse, l’OCST formula in particolare le seguenti considerazioni finali e proposte:

- l’obbligo di notificare le prestazioni di lavoro distaccato deve valere anche per lavori inferiori a otto giorni. Questo obbligo può a titolo sussidiario essere circoscritto alle  regioni più esposte al lavoro distaccato;

- il lavoro distaccato deve essere oggetto di un’analisi approfondita, volta segnatamente a distinguerne la componente congiunturale da quella strutturale. Una più articolata conoscenza del lavoro distaccato concorre a favorire una più efficace politica di contenimento e di governo di questo fenomeno;

- occorre chiarire in parallelo il comportamento delle imprese e degli operatori locali, identificando i motivi che le inducono a fare capo a lavoro distaccato;

- i contratti collettivi di lavoro, che disciplinano le regole del gioco nei singoli settori professionali, devono essere rafforzati attraverso decreti di obbligatorietà cantonale;

- chiedere, a livello Nazionale, l’introduzione del principio della sospensione immediata dei lavori per i distaccati che non comprovano il proprio statuto di indipendente (= falsi padroncini) o per attori che non hanno versato la cauzione settoriale, laddove è presente;

- appare necessario incrementare ulteriormente il numero di controlli e conseguentemente degli ispettori, in modo da far sì che la percentuale di ditte e lavoratori controllati sia ulteriormente elevata;

- occorre, da un punto di vista squisitamente operativo e nel rispetto dei specifici ambiti e competenze, dotarsi di una regia unica per coordinare al meglio l’attività di controllo sul terreno; 

- vanno elaborate modalità di verifica che si estendano al suolo italiano. Si pensa a questo proposito alla segnalazione all’Agenzia delle entrate e all’INPS delle prestazioni  e dei salari dichiarati per il periodo di lavoro nel nostro Paese;

- l’autorità federale dovrebbe negoziare con l’Italia l’adozione di una identica modalità di notifica del lavoro distaccato. In tale attesa si adegui la procedura svizzera a quella del Paese di provenienza del lavoro distaccato;

- è condivisa l’intenzione di adottare anche per i rami affini all’edilizia un apposito Albo delle imprese così come la generalizzazione del versamento di una cauzione a carico delle ditte.