Le nuove generazioni non hanno perso la voglia di fare: è il sistema che ha smesso di mantenere le promesse.

Marco ha ventisette anni e lavora da tre in un’azienda di logistica nel Bellinzonese. Contratto a tempo indeterminato, orario regolare, nessuna lamentela sul datore di lavoro. Ogni mese mette da parte quello che può. Ma ogni mese si accorge che la cifra sul conto cresce così lentamente che un appartamento in affitto a Locarno, anche condiviso, resta fuori portata. I suoi genitori, alla sua stessa età, avevano già una casa in affitto tutta per loro. Suo padre, con un attestato professionale e qualche anno di lavoro, aveva già messo un piede nel mercato immobiliare. Marco, invece, è ancora a casa. Non è che non voglia. È che i conti non tornano.
La storia di Marco non è un caso isolato. È una storia che si ripete, con varianti diverse, in migliaia di famiglie ticinesi e svizzere. E ogni volta che emerge, scatta quasi automaticamente una reazione: i giovani di oggi non hanno la stessa fame di una volta. Non sono disposti a sacrificarsi. Vogliono tutto e subito.
Ma è davvero così?

La domanda sbagliata
Nelle sale riunioni, nelle conversazioni tra imprenditori, persino in certi editoriali, circola da anni una domanda: perché i giovani non hanno più quella «fame»? Perché non si sacrificano come facevano i loro genitori? Perché cambiano lavoro ogni due anni, chiedono aumenti prima ancora di dimostrare il loro valore, pretendono flessibilità, equilibrio tra vita e lavoro?
La domanda, di per sé, non è irragionevole. Ma il modo in cui viene formulata presuppone già una risposta: il problema sono i giovani. La loro educazione. I loro valori. La loro mancanza di sacrificio.
Eppure, se si guarda con attenzione a quello che sta succedendo nei mercati del lavoro, nell’economia immobiliare, nella struttura delle carriere, emerge una lettura completamente diversa. Non sono i giovani ad aver cambiato le regole del gioco. Sono le imprese, i mercati e le politiche economiche degli ultimi quarant’anni ad averlo fatto. E i giovani stanno semplicemente adeguandosi a quelle regole. Con una lucidità che a molti adulti, forse, dà fastidio.

Il patto che c’era (e che non c’è più)
Per comprendere quello che sta succedendo oggi, bisogna fare un passo indietro. Per decenni (grosso modo dal dopoguerra fino agli anni Novanta), il rapporto tra lavoratore e impresa si basava su un patto implicito ma solido. Lavoravi per un’azienda, le davi fedeltà, e in cambio ricevevi stabilità, formazione, progressione di carriera, una pensione. Non era solo un contratto economico. Era un contratto psicologico e sociale: il lavoro ti dava un posto nel mondo, una comunità, un senso di appartenenza.
Questo modello non era perfetto, e non valeva allo stesso modo per tutti. Ma funzionava abbastanza da creare un’aspettativa condivisa: se lavori sodo e sei fedele, costruirai qualcosa. Una casa, una famiglia, una vita indipendente.
Poi quel patto si è incrinato. Non da un giorno all’altro, e non per colpa di una singola causa. L’ascesa della finanza come logica dominante dell’impresa, le ondate di ristrutturazioni aziendali degli anni Ottanta e Novanta, la globalizzazione dei mercati del lavoro, il crollo del 2008; tutto questo ha progressivamente svuotato il contratto implicito tra lavoratore e azienda. I licenziamenti di massa sono diventati uno strumento ordinario di gestione del bilancio, non un’estrema ratio. La fedeltà aziendale si è trasformata in una variabile dipendente dai risultati trimestrali. Il «posto fisso» è diventato prima una rarità, poi quasi una chimera.
È in questo contesto che bisogna leggere il comportamento dei giovani. Se chiedono un aumento prima di «dimostrare il loro valore», è perché sanno che potrebbero non esserci più alla fine dell’anno. Se cambiano lavoro ogni due o tre anni, è perché hanno imparato (guardando i genitori, i fratelli maggiori, i colleghi più anziani) che la fedeltà non viene ricambiata. Se non puliscono la cucina comune dell’ufficio, forse è perché quell’ufficio non  viene ancora percepito come un posto loro, qualcosa a cui appartengono davvero.

I conti che non tornano
C’è però una seconda dimensione del problema, quella più concreta e materiale. E per capirla basta fare una passeggiata mentale tra i prezzi degli affitti, i salari dei neodiplomati e i costi della vita nelle città svizzere.
Dal 2008, le spese «importanti» della vita (comprare o affittare casa, l’assicurazione malattia, i servizi di custodia e accudimento dei figli) sono aumentate in modo esponenziale rispetto ai salari. Quello che è diventato più economico, invece, sono le esperienze «visibili»: viaggiare con le compagnie low cost, mangiare fuori ogni tanto, acquistare tecnologia. Il risultato è un paradosso: i giovani sembrano vivere bene (i social media li mostrano in vacanza, a cena con gli amici) ma non riescono a costruire.
Un apprendista che termina la formazione professionale in Ticino porta a casa un salario che, nei primi anni di lavoro, viene quasi interamente assorbito dall’affitto di un monolocale, dalle spese assicurative e dal trasporto. Mettere da parte abbastanza per un deposito cauzionale, per le spese di trasloco, per arredare anche il più spartano degli appartamenti, richiede anni. Anni in cui si rimane a casa dei genitori non per pigrizia, ma per necessità aritmetica.
Una laureata di ventotto anni, dopo cinque anni di università e uno o due di stage e contratti precari, si trova spesso di fronte a una scelta impossibile: vivere da sola con un reddito che non basta, oppure restare a casa e sacrificare l’autonomia che le è stata promessa come traguardo naturale dell’età adulta. La seconda opzione è quella razionale. E non ha nulla a che vedere con la mancanza di ambizione.
Quello che si osserva in Svizzera, e più in generale in tutto il mondo occidentale, è un ritardo sistematico dell’autonomia economica giovanile. L’età adulta non coincide più con il lavoro e l’indipendenza. Coincide con il momento in cui i genitori possono, vogliono o devono smettere di sostenere i figli. Il patrimonio familiare è diventato il vero ascensore sociale del XXI secolo.

Non chi lavora di più, ma chi nasce meglio
La storica delle generazioni Eliza Filby ha coniato il termine «inheritocrazia» per descrivere questa trasformazione: una società in cui il successo individuale dipende sempre meno dal merito, dalla formazione e dall’impegno, e sempre più dalla ricchezza familiare di partenza.
Il concetto è scomodo perché tocca un mito fondante delle società occidentali: l’idea che se lavori sodo e fai le cose per bene, ce la fai. Questo mito non era mai del tutto vero, ma aveva una sua forza motivante. Ora si sta sgretolando, e i giovani lo percepiscono con chiarezza.
La vera linea di divisione nella società contemporanea non è tra giovani e anziani. È tra giovani con famiglie patrimonialmente solide e giovani senza. I primi possono permettersi di accettare stage malpagati, di trasferirsi in città costose, di aspettare l’occasione giusta. I secondi devono accettare il primo lavoro disponibile, restare dove sono, rinunciare a opportunità formative o lavorative che richiedono un periodo di «investimento» prima di produrre reddito.
I genitori sono diventati, di fatto, i custodi dell’accesso alla vita adulta. Chi ha una famiglia che può anticipare la caparra di un appartamento, chi può contare sulla nonna per la cura dei figli, chi ha i contatti per ottenere il primo stage in un settore competitivo, parte da una posizione strutturalmente avvantaggiata rispetto a chi non ha nulla di tutto questo. Stesso talento, stesso impegno, destini molto diversi.
Il risultato è una frustrazione silenziosa e spesso mal compresa. Molti giovani si sentono falliti, si colpevolizzano, si chiedono cosa stanno sbagliando. La risposta, nella maggior parte dei casi, è: niente. È il sistema che ha cambiato le regole senza ammetterlo.

Quando il lavoro perde il suo significato
C’è però una terza dimensione di questa crisi, forse la più difficile da quantificare ma non per questo meno reale. È la dimensione del senso.
Il lavoro, nelle società moderne, non è mai stato solo uno strumento per guadagnarsi da vivere. Era anche un luogo di identità, di comunità, di appartenenza. Si andava al lavoro e si stringevano amicizie che duravano decenni. Si imparava da chi era più esperto. Si contribuiva a qualcosa di più grande di sé. Il lavoro era, per usare un’espressione semplice ma precisa, un pezzo della propria vita.
Questa dimensione si è progressivamente erosa. La digitalizzazione ha svuotato molti posti di lavoro dalle interazioni informali che davano ritmo e significato alla giornata. Il lavoro da remoto (spinto all’estremo durante la pandemia) ha trasformato il collega in un puntino verde sullo schermo. La logica della performance individuale, dei target, degli indicatori misurabili ha soppiantato la logica della collaborazione e della fiducia reciproca.
Le nuove generazioni, cresciute in un mondo già fortemente individualizzato, non sono immuni da questi cambiamenti. Anzi, li subiscono con una intensità particolare, perché molte di loro sono entrate nel mercato del lavoro proprio negli anni in cui questa trasformazione si stava consolidando. I giovani che hanno iniziato a lavorare durante o dopo il COVID hanno spesso vissuto il lavoro come qualcosa di puramente transazionale fin dall’inizio, senza mai sperimentare quella dimensione comunitaria che i loro genitori davano per scontata.
Non è una questione di valori. I giovani di oggi vogliono lavorare. Vogliono fare bene. Vogliono che il loro lavoro abbia un significato. Ma hanno bisogno, come ogni essere umano, di sentirsi parte di qualcosa. Di sapere che il loro contributo conta. Di avere un luogo, fisico e simbolico, a cui appartenere. E quando questo non c’è, quando il lavoro è solo un contratto da rispettare finché conviene a entrambe le parti, la motivazione si spegne. Non per capriccio, ma per logica.

Ricostruire la fiducia
Allora cosa si può fare? La risposta onesta è che non esistono soluzioni semplici, e che chiunque prometta una formula magica sta probabilmente vendendo qualcosa. Ma esistono alcune direzioni chiare.
La prima è smettere di trattare le persone come costi variabili. Le aziende che riescono a costruire un rapporto autentico con i propri collaboratori, non attraverso i benefit o le frasi motivazionali, ma attraverso la cura concreta, la chiarezza, la coerenza tra quello che si dice e quello che si fa, ottengono fedeltà e impegno anche dalle generazioni più giovani. Non perché i giovani siano diversi da come li si descrive, ma perché ogni essere umano risponde positivamente a essere trattato con rispetto e onestà.
La seconda è che apprendere richiede relazione. Una delle perdite più sottovalutate degli ultimi decenni è l’erosione dell’apprendimento sul posto di lavoro: la trasmissione di saggezza tra generazioni, il mentoring informale, il fatto di imparare semplicemente osservando chi ha più esperienza. Questo non si può digitalizzare. Richiede presenza, tempo, disponibilità. E richiede che le aziende smettano di considerarlo un lusso e lo riconoscano come un investimento.
La terza è che il dialogo sociale (quello vero, non quello di facciata) rimane lo strumento più efficace per costruire fiducia tra lavoratori e imprese. I contratti collettivi, la rappresentanza, la negoziazione trasparente delle condizioni di lavoro: non sono residui del passato. Sono gli strumenti attraverso cui una società può rimettere in piedi un patto che si è rotto. Non restituendo un mondo che non esiste più, ma costruendone uno nuovo in cui lavorare sodo torni ad avere senso.

Torniamo a Marco
Marco, il giovane di cui parlavamo all’inizio, non ha smesso di lavorare sodo. Ha smesso di credere che lavorare sodo sia sufficiente. C’è una differenza enorme tra le due cose. La prima è una scelta. La seconda è una risposta razionale a un sistema che ha cambiato le regole senza ammetterlo.
Ricostruire il patto tra lavoratori e imprese non è compito di una sola parte. Richiede aziende disposte a guardare le persone come persone, non come risorse. Richiede istituzioni capaci di presidiare la dignità del lavoro. Richiede una cultura del lavoro che torni a essere comunitaria, non solo performativa.
E richiede, prima di tutto, che smettiamo di chiedere ai giovani di avere più fame, senza chiederci perché il tavolo sia sempre più vuoto. 

Questo articolo è stato elaborato a partire da una conversazione pubblica tra Simon Sinek ed Eliza Filby, storica delle generazioni e autrice di Inheritocracy (Biteback Publishing, 2024).