A inizio novembre l’Ufficio federale di statistica ha pubblicato i nuovi dati sulla disoccupazione. Tra questi, uno riguarda da vicino il futuro del Paese: la disoccupazione giovanile, cioè quella dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni.

La disoccupazione secondo la definizione ILO, tra il terzo trimestre del 2024 e lo stesso periodo del 2025, è passata dal 10,9% al 10,5%. Una variazione minima, che mostra una situazione sostanzialmente stabile.
La Svizzera continua a registrare risultati migliori rispetto all’Unione europea, dove il tasso giovanile resta più elevato e si attesta attorno al 15,4% (UE) e al 15,2% nella zona euro. Questo è certamente un segnale positivo. Ma avere numeri migliori degli altri non significa che lo Stato stia facendo abbastanza per contrastare la disoccupazione giovanile.
Infatti, il problema va oltre i numeri. Perché la disoccupazione non è solo statistica: è un’esperienza che può lasciare un segno. Gli studi dimostrano che rimanere senza lavoro in giovane età può influire sui salari anche dieci anni dopo, ridurre le opportunità di carriera e rendere più difficile entrare stabilmente nel mercato del lavoro.
E non si tratta solo di prospettive economiche. La disoccupazione precoce può aumentare il rischio di ansia, depressione e persino dipendenze. È come iniziare una corsa con il passo spezzato: si può recuperare, ma servono più fatica e più sostegno.
Per questo, pur mantenendo valori migliori rispetto ad altri Paesi, la disoccupazione giovanile resta una sfida sociale, economica e umana. Lo Stato non deve limitarsi a osservare i numeri, ma deve accompagnare i giovani con orientamento, formazione mirata, tirocini di qualità e un reale supporto nella transizione scuola-lavoro.
Perché quando un giovane trova il suo posto nel mondo del lavoro, non costruisce solo il suo futuro: contribuisce a costruire anche quello di tutti noi.