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Il Programma d’azione che il nostro sindacato ha votato al Congresso dello scorso 18 giugno richiama in molti punti alla responsabilità sociale: a considerare cioè le questioni etiche, sociali, ambientali come parte integrante delle politiche di sviluppo delle imprese.

Il nostro interesse per questo tema era quindi già acceso il giorno della conferenza di presentazione dello studio della Supsi di Jenny Alessi e Caterina Carletti: «Valore TI. Valorizzazione della responsabilità sociale delle imprese in Ticino». Si tratta di uno studio esplorativo basato su un campione di 30 imprese (1’200 dipendenti) e commissionato dalla Divisione dell’economia del DFE che, evidentemente, ritiene questo un tema chiave per lo sviluppo economico del cantone.
Emergono molti elementi positivi. Primo fra tutti il crescente interesse delle aziende che sempre di più si pongono il problema della responsabilità sociale sotto le varie sfaccettature e ai vari livelli che la compongono: la sostenibilità ambientale e nei confronti della comunità; il ruolo dei clienti e dei fornitori; il prodotto, il processo di produzione e i trasporti; i dipendenti, le condizioni di lavoro e la formazione.
È stato sottolineato in molti modi come questo approccio sia redditizio per le imprese: si riducono i costi energetici, i dipendenti producono di più, sono più creativi e più capaci di risolvere i problemi, i clienti e gli investitori si fidano e ci sono relazioni migliori con gli investitori e con la comunità locale, che si concretizzano in una maggiore disponibilità a venire incontro alle esigenze dell’azienda. Si tratta quindi di un investimento proficuo: si spende di più oggi per risparmiare e guadagnare di più domani. Quella mattina c’è stato addirittura chi ha detto che investire nella responsabilità sociale è talmente vantaggioso che quasi ti dimentichi che stai facendo la cosa giusta (è una cosa così sconveniente, per doversene dimenticare?).
Allora perché non ci si butta a capofitto? Le aziende ticinesi vedono un ostacolo. È un periodo difficile: le oscillazioni del franco in particolare sembrano un muro invalicabile. Come investire quando si guadagna poco? Eppoi il fine dell’attività dell’impresa è fare profitto, non farlo in maniera sostenibile.
Suggerisco una domanda diversa: come guadagnare se non si investe nulla? La stoffa di un imprenditore si misura proprio sulla capacità di guardare al futuro quando i soldi non ci sono, convincendo gli investitori della bontà di un progetto, che consentirà all’azienda di crescere o almeno, in molti casi, di sopravvivere.
Gli imprenditori ticinesi hanno un altro cruccio: sono convinti che la gente pensi che «operino con interessi solo speculativi e per finalità personali con l’unico obiettivo della massimizzazione dei profitti». Questo concetto lo esprimono sempre: negli articoli delle riviste di categoria, nelle interviste, tramite i loro rappresentanti, quando il sindacato denuncia casi di abuso e anche quando non denuncia niente e persino negli studi sulla responsabilità sociale. Questo tono lagnoso è diventato un leitmotiv.
Ora, che questa opinione sia davvero consolidata è tutto da dimostrare, ma anche fosse così, l’unico modo per far cambiare idea alle persone è quello di dimostrare con i fatti il contrario. Questo significa abbracciare la responsabilità sociale in modo sostanziale e non di facciata, partendo dalla principale preoccupazione alle nostre latitudini di questi tempi: il lavoro e il salario. Aprirsi ad un vero confronto con i lavoratori e con i sindacati che li rappresentano su temi particolarmente interessanti per entrambe le parti: le condizioni di lavoro, i salari, la formazione, l’innovazione, ma anche la conciliazione lavoro-famiglia e la motivazione del personale.
Ricordando sempre quello che disse Einstein: «chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni».

Benedetta Rigotti