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Lo scorso 22 giugno il Parlamento ticinese ha riconosciuto l’importanza del tema dando un segnale concreto e sostenendo il rapporto di minoranza dell’iniziativa promossa il 27 febbraio 2019 da Giorgio Fonio e Fiorenzo Dadò e sostenuta tra l’altro da OCST donna-lavoro di cui Davina Fitas è responsabile. 
L’intento dell’iniziativa cantonale è un prolungamento della protezione dal licenziamento fino a parificarla a quella dell’allattamento (un anno, art. 35a cpv 2 LL e OLL 1, art. 60 cpv 2, lett. a-c). Il 22 giugno appunto il Parlamento ha detto sì riconoscendo l’incongruenza tra le due leggi e l’esistenza comunque di un problema serio. Ora la palla passa in mano a Berna. Abbiamo posto alcune domande a Davina Fitas per approfondire ulteriormente il tema.
 
L’iniziativa cantonale è stata accettata dal Gran Consiglio ticinese. Ora cosa prevede l’iter?
L’iniziativa cantonale verrà ora trasmessa alle Camere federali, che inizieranno ad approfondire la tematica e incontreranno una delegazione del Gran Consiglio in audizione per ascoltare le ragioni e le motivazioni del voto. Se lo riterranno opportuno entreranno in materia e si vedrà.
 
A livello di tempistiche di quanto stiamo parlando?
I tempi sono sempre relativamente lunghi come purtroppo succede con le decisioni che deve prendere la politica. Tutto dipenderà dalla priorità che Berna vorrà dare a questa iniziativa cantonale.
 
Nel resto della Svizzera come è la situazione? Esistono dei dati precisi a riguardo?
Purtroppo è difficile quantificare con precisione il fenomeno. Ovviamente nell’eventuale lettera di disdetta non viene certamente scritta la motivazione corretta anche perché altrimenti sarebbe una disdetta abusiva. In ogni caso una disdetta al rientro dal congedo maternità è presunta discriminatoria ai sensi della Legge sulla parità dei sessi. Perciò non è sempre evidente avere dei dati statistici a riguardo. Ci basiamo soprattutto sulle segnalazioni che riceviamo come sindacato, dal Consultorio giuridico donna-lavoro e da altri enti.
Quello che possiamo dire con certezza è che in Ticino c’è stato un aumento di casi rilevati dai vari enti. Su questo non ci piove. Per quanto concerne la Svizzera, secondo uno Studio del BASS (Büro für arbeits und sozialpolitische Studien AG) del 2019, il 15 % delle donne ha perso involontariamente il lavoro a causa di una gravidanza. Parlando invece di un paese a noi vicino troviamo percentuali simili. Il Sole 24 ore riportava lo scorso 26 giugno i dati Istat appena pubblicati nell’articolo a cura di Riccarda Zezza: «Sorprese quindi noi donne, giovani e meno giovani, nello scoprire che più del 10% delle donne che ha un figlio in Italia lo “paga” col proprio posto di lavoro: 22.200 su 204.000».
 
Ma quali sono i motivi che spingono un datore di lavoro a licenziare una donna al rientro dalla maternità?
Personalmente la ritengo una mancanza culturale. È più semplice licenziare che trovare delle soluzioni condivise che favoriscano la conciliabilità lavoro-famiglia. Dall’altra vi è anche chi ritiene che una donna che ha una responsabilità importante, come quella verso i figli, non abbia più l’efficienza e la concentrazione necessaria a svolgere il suo compito in azienda. Lo trovo semplicemente assurdo.
Ci sono poi capitati vari casi con molteplici motivazioni. Più frequente è il licenziamento dopo il secondo figlio, talvolta basta solo la lecita richiesta di allattare (prevista da OLL). A volte il datore di lavoro non intende accettare una diminuzione della percentuale lavorativa (magari già anticipata in precedenza…), altre volte è capitato che sia stata assunta la persona che era stata presa per la sostituzione per la maternità, magari per una semplice questione di costi. In altri casi invece la situazione si manifesta con il demansionare la collaboratrice al suo rientro. Le vengono tolte delle mansioni e viene relegata a ruoli «nuovi». Questo porta infine, con delle pressioni psicologiche, alle sue dimissioni. 
 
Questa iniziativa, se dovesse venir accettata a Berna, aiuterà a risolvere il problema?
Secondo me sicuramente aiuterà. Nel 2020 non è possibile che la maternità consista ancora in un problema! Aggiungo inoltre che trovare delle soluzioni condivise è sempre la via migliore. Un esempio ci viene dall’esperienza coronavirus, che tra tutte le cose negative, ha dimostrato come il telelavoro (ben regolato e ove possibile) possa favorire la conciliabilità lavoro-famiglia. Spesso sembra di parlare di problemi insormontabili ma le soluzioni sono sovente semplicissime. Basta volerlo!
Inoltre ritengo che questa iniziativa, che ovviamente spero verrà accettata anche a Berna e che come OCST donna-lavoro abbiamo ampiamente sostenuto, abbia avuto il merito di portare alla ribalta il problema. Sono fiera che la politica ticinese abbia anche riconosciuto che il problema sussiste. Questo è certamente un primo passo per un eventuale cambiamento culturale.
 
Gad