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2017

Il Lavoro n. 1 del 26 gennaio 2017 No image
Il Lavoro n. 2 del 9 febbraio 2017 Il Lavoro n. 3 del 23 febbraio 2017
Il Lavoro n. 4 del 16 marzo 2017 Il Lavoro n. 5 del 30 marzo 2017
Il Lavoro n. 6 del 13 aprile 2017 Il Lavoro n. 7 del 4 maggio 2017
Il Lavoro n. 8 del 18 maggio 2017 Il Lavoro n. 9 del 1. giugno 2017
Il Lavoro n. 10 del 22 giugno 2017 Il Lavoro n. 11 del 13 luglio 2017
Il Lavoro n. 12 del 7 settembre 2017 Il Lavoro n. 13 del 21 settembre 2017
Il Lavoro n. 14 del 5 ottobre 2017 Il Lavoro n. 15 del 19 ottobre 2017
Il Lavoro n. 16 del 9 novembre 2017

Prima pagina

Nell’enciclica Caritas in veritate, si identifica  nella sostituzione  del classico «imprenditore» con il «manager» uno dei cambiamen­ti più caratteristici nel mondo dell’economia e del lavoro.
Infatti, nel paragrafo 40, que­ste due figure vengono delineate quasi come stereotipi e contrap­poste l’una all’altra: mentre il profilo dell’im­prenditore si caratterizza per i suoi rapporti personali con i suoi dipendenti e per la sua responsabilità quasi paterna nei loro confronti, il manager corrisponde soltanto ed esclusiva­mente ai parametri del profitto, dettato dagli azionisti.


 

La felicità si realizza in un ambito nel quale si dedica attenzione alle persone e questo vale anche sul posto di lavoro. Dal punto di vista etico, un’azienda non si deve sottrarre.

L'azienda non è certo responsabile della felicità dei suoi dipendenti. La felicità la trovino altrove!» – così disse il direttore di una grande azienda ticinese, durante una conferenza stampa. Un’affermazione in controtendenza rispetto ai più recenti sviluppi, si potrebbe pensare, dato che leggiamo sempre di più dei programmi «di felicità» attuati nelle medie e grandi aziende.

Sotto questo titolo molto ambizioso vengono intese le strategie ed i servizi di benessere per i propri dipendenti: attrezzature negli uffici, palestre, punti relax, asili nido, lavanderie aziendali, assistenze mediche ecc., fino alla creazione del ruolo di «direttore della felicità».

Venerdì 22 gennaio si è svolto presso il Liceo Diocesano di Lugano un incontro di approfondimento sull’enciclica Caritas in veritate, organizzato nell’ambito delle iniziative di formazione per i collaboratori dell’OCST, ed aperto a tutti gli interessati.

Ospite di questo incontro è stato Gianmaria Martini, professore di Economia politica presso l’Università della Svizzera italiana e l’Università degli studi di Bergamo.

 

L’uomo secondo le scienze economiche: un lupo che lotta con altri lupi

Ciò che stupisce un economista nel leggere l’enciclica Caritas in veritate, ha esordito il professor Martini, è la descrizione dell’uomo che ne emerge, una visione rivoluzionaria che ha delle fortissime implicazioni economiche e sociali.

Uno dei padri dell’economia moderna, Adam Smith, nel suo celeberrimo libro «La ricchezza delle nazioni» scriveva: «Non é dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che noi possiamo sperare di ottenere il nostro pranzo, ma dalla loro considerazione del proprio interesse. Noi ci rivolgiamo non alla loro umanità, ma al loro interesse, e non parliamo mai dei nostri bisogni ma dei loro vantaggi».

Il pensiero sociale cristiano considera il profitto come uno strumento al servizio dell’uomo; la tendenza ad assolutizzarlo e a togliere di mezzo la gratuità lo ha privato di senso e del suo fondamento sociale. Ecco l’origine della crisi attuale: l’egoismo non produce ricchezza.

 

"L'esclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza il bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e creare povertà" (CV 21). Ci sono due passi importanti che Benedetto XVI ha voluto compiere con questa frase e che segnano due punti cardine del pensiero sociale cristiano.

Assolutizzare il profitto...

Evinciamo il primo passo dal contesto della citazione: in precedenza si parla infatti dell’utilità del profitto, e quindi della sua funzione positiva in quanto mezzo: considerare il profitto come mezzo e non come fine significa dargli il giusto peso e il giusto significato. Un’azienda, per esempio, se impiega bene i fattori produttivi produce ricchezza che poi può essere distribuita e che così è di vantaggio di tutti. In questo senso, l’enciclica sociale del 1991, la Centesimus annus, parla della «giusta funzione del profitto» (CA 35).

Provo a dire qualcosa su questo impegnativo tema, da semplice militante sindacale e storico che non si sente certo al «di sopra» della mischia.

La prima convenzione collettiva implicante la pace del lavoro è stata firmata nel 1937 tra sindacati e associazioni padronali dell’industria metallurgica. Nel dopoguerra i contratti con questa clausola si sono generalizzati e quindi la pace sociale, insieme ad altri elementi, ha costituito la base di quel patto sociale tipicamente svizzero basato sulla ricerca del dialogo, della trattativa e del compromesso che ha permesso alla nostra nazione di operare un forte sviluppo dell’economia, grazie anche all’aiuto fondamentale dei lavoratori immigrati.