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Pubblichiamo quanto è emerso da due incontri con Monsignor Valerio Lazzeri, vescovo della Diocesi di Lugano, durante i quali abbiamo approfondito alcuni temi centrali per chiunque voglia indagare le ragioni del proprio impegno quotidiano.

L’essere umano: bisogno di sicurezza e luogo di generosità
L’essere umano è fragile, ha un bisogno estremo di sicurezza. Nell’ambito del lavoro, questo bisogno di sicurezza, specialmente nei tempi che viviamo, si accentua ancora di più. Ma la sua natura è molto più ricca: è anche slancio, bisogno di donarsi e di essere aperto all’altro, di essere sorgente. Questo bisogno di generosità è in fondo un bisogno di senso: per chi e per che cosa si vive, si agisce, si lavora?
Tuttavia per arrivare ad essere generosi, per arrivare a dare, per diventare un soggetto che liberamente si esprime, crea e porta qualcosa di nuovo, dobbiamo prima fare l’esperienza di essere custoditi.
Questo, nell’ambito del lavoro, è il primo compito di un sindacato: custodire, fornire una protezione e contemporaneamente aprire alla generosità, alla solidarietà, alla comprensione. Del resto, come si fa a riscoprire la propria dignità, a riconoscere che si è chiamati anche a collaborare a livelli superiori se si è confrontati col problema di tirare assieme quello che  serve per mantenere la propria famiglia?
Bisogna aiutare le persone a non consumare semplicemente i beni, ma a scoprire che portano dentro una dignità, una gioia più grandi, che emergono quando si mette in gioco la propria vita al servizio degli altri.
Le grandi disparità sociali vengono in fondo dal fatto che non si è capito che la ricerca della sicurezza deve far posto alla ricerca dell’apertura all’altro.
L’attività della vostra organizzazione è un esempio concreto di apertura, di quello che papa Francesco chiama «Chiesa in uscita», che si fa accanto alle persone nelle situazioni difficili della vita.
Formazione alla dottrina sociale e educazione alla fede
In passato anche nel nostro Paese e in Ticino c’era un cristianesimo diffuso in maniera abbastanza generale nella società, si era educati ad un modo cristiano di agire. Oggi chi è cristiano lo è per scelta, non perché ci si è trovato dentro.
Bisogna quindi educare ed educarsi alla fede perché i valori sono l’espressione di un vissuto di fede: se non sono agganciati in un vissuto cristiano, i valori rimangono per un po’ come una sorta di riferimento ideale, ma poi a poco a poco evaporano, perdono di incisività, diventano parole prive di contenuti vitali. Bisogna tornare all’esperienza originaria di essere chiamati e coinvolti.

Il coinvolgimento in un mondo individualista
La paura e la difficoltà di sentirsi coinvolti e di coinvolgere dipende da un certo modo di vedere la vita umana che sta prevalendo: si tende a negare quello che si vede, quello che c’è, nel tentativo di liberare lo  spirito da ciò che in realtà profondamente gli appartiene cioè il corpo. Ciò che succede poi è che l’uomo, liberato da sé, viene imprigionato in categorie ideali che sono molto più limitanti e inadatte a carpire la sua unicità.
Un individuo non viene riconosciuto per quello che è, e di conseguenza non riconosce più se stesso, non può sperimentarsi nella concretezza del proprio cuore e della propria sete di bellezza e di verità. Per questo si trova ad essere privo degli strumenti necessari per affrontare il mondo e si chiude.
Il primo soccorso che possiamo offrire è  quello di dare l’opportunità di raccontare la propria vicenda umana. Il racconto è un sentiero di unificazione interiore, è il primo passo per superare il bisogno perché spiegandosi agli altri si recupera la propria coscienza di sé come persona.
Partendo da qui è possibile risvegliare un modo diverso di vedere le cose. Il modo vero di aiutare, che allontana il rischio di dipendenza e rapporti clientelari, sta nel risvegliare nelle persone le risorse necessarie per reagire.
È da qui, come dicevamo prima, che nasce la possibilità di apertura, di generosità e di solidarietà verso gli altri nella comunità.
Guardare il nostro tempo nella concretezza per aiutare la persona a fiorire
Dovremmo imparare a guardare quello che c’è nel nostro tempo senza metterci gli occhiali del passato. Allora vedremmo, anche oggi, delle realtà che fanno ben sperare. Il punto è sapere che cosa abbiamo ancora la passione di fare, quanta voglia abbiamo nel cuore di proporre il Vangelo nei vari contesti della vita dell’uomo di oggi.
Essendo in contatto diretto con la realtà, con le situazioni concrete, si resta spiritualmente vigili. Il discorso spirituale e il discorso concreto non sono due discorsi diversi. Per un cristiano lo Spirito si manifesta nella storia, nella carne, nelle situazioni concrete. Non conosciamo lo Spirito se non attraverso la concretezza degli esseri umani che vivono, per esempio, la fatica di trovare un lavoro, di mantenere la famiglia, di portare avanti dignitosamente il loro percorso umano. Lì c’è un problema spirituale, non è un problema semplicemente materiale. È un problema spirituale cristiano, perché la spiritualità cristiana è incarnata, non svolazzante o evanescente. Ciò che una persona fa, la sua possibilità di fiorire di essere feconda, tutto questo è fondamentalmente un problema spirituale cristiano.

Dal realismo all’apertura del cuore che non cessa mai di sperare
Non bisogna perdere di vista il fatto che il futuro genera il presente, nel senso che dà prospettiva al presente. Quando non si intravvedono prospettive, il presente si svuota: non si genera più niente, ci si limita a consumare il più possibile ciò che si ha a disposizione.
In quest’ottica l’Aldilà per un cristiano significa che la morte non ha l’ultima parola, che la carne ed il presente sono pieni di senso ed hanno un destino che non si dissolve: ecco la radice della speranza.
Il bilancio lo dobbiamo fare. Dobbiamo essere realisti, dobbiamo guardare dove va la società, dobbiamo capire come stanno le cose realmente, cosa determina le ingiustizie che dominano la nostra società.
È necessario partire dal realismo, vedere il mondo com’è, ma quello che osserviamo non è l’ultima parola. Bisogna leggere tutto alla luce di un orizzonte aperto, non perché l’abbiamo costruito noi, ma perché è donato.
La festa di Pentecoste ci mette nel cuore la folle speranza che nell’uomo c’è uno spazio per ricevere qualcosa che viene dall’Alto. Sull’uomo è calata la possibilità di respirare diversamente e c’è nel cuore umano un sussulto che si manifesta quando meno ce l’aspettiamo.
Da qui nascono l’audacia e il fermento che vanno messi nel lavoro sociale e che permettono di non lasciar chiudere il proprio cuore.

Benedetta Rigotti